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NUMERO PRIMO 23 Giove benigno, e con altr’arti e leggi per novo calle a me convien guidarvi. Tu fra le veglie e le canore scene e il patetico giuoco oltre più assai producesti la notte; e stanco alfine in aureo cocchio col fragor di calde precipitose ruote, e calpestio di volanti corsier lunge agitasti il queto aere notturno, e le tenèbre con fiaccole superbe apristi intorno, siccome allor che il siculo terreno dall’uno all’altro mar rimbombar feo Fiuto col carro, a cui splendeano innanzi le tede delle Furie anguicrinite. Cosi tornasti alla magion; ma quivi a novi. studi t’attendea la mensa che ricoprian pruriginosi cibi, e licor lieti di francesi colli e d’ ispani e di toschi, e l’ungarese bottiglia, a cui di verde edera Bacco concedette corona, e disse: siedi delle mense reina. Alfine il sonno ti sprimacciò le morbidette coltri di propria mano, ove, te avvolto, il fido servo calò le seriche cortine, e a te soavemente i lumi chiuse il gallo che li suole aprire altrui. Sentite ancora, leggitori, con qual vivo e galante modo il nostro poeta dipinge il maestro di ballo che visita il suo cavaliere: Egli all’entrar si fermi ritto sul limitare; indi elevando ambe le spalle, qual testudo il collo contragga alquanto, e ad un medesmo tempo inchini il mento, e con l’estrema falda del piumato cappello il labbro tocchi. Ah . mi par di vederlo quel Monsù Pas-de-deux con quelle sue scimiottesche smorfie!