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medesimo stando tutti su’l ridere, fin a tanto che madama venne fuori. Io il tutto, come fui in Mantova, scrissi e in forma d’una novella ridussi. E perché voi assai sovente avete di belle cose di lui dette e la sua vita sapete quanto alcun che ci sia, ho voluto questa novella darvi, imitando i poveri contadini, i quali, quando vengano a la cittá, per non apparir dinanzi al padrone a man vote e non avendo altro che recare, porteranno duo capi d’aglio ed una cipolla, che talora sape- ranno meglio al padrone che non fanno i capponi. Se poi vi sovverrá che alcuna cosa degna d’esser scritta di lui ci fosse, da quei signori non raccontata, come anche infinite ce ne saranno, voi un di me le direte ed io le scriverò a ciò che la lorda vita di questo arcifanfalo meglio sia conosciuta, il quale giá fu la favola de la corte romana. State sano. NOVELLA XXX Diversi detti salsi de la viziosa e lorda vita d’un archidiacono mantovano. Signori miei, poi che qui ridotti siamo e ci manca la compagnia de le donne, che suole tuttavia tener allegra la bri- gata, noi possiamo piú liberamente parlare che quando a la presenza loro, servando perciò sempre il decoro del tempo e del luogo. Non è qui persona che per udita non abbia inteso la poco onesta vita del nostro archidiacono, il quale, per quello che tutta Mantova dice, sempre fin da fanciullo s’ è sommamente dilettato di dar le pèsche e di torle. Nondimeno, come tutti sapete, egli è si pazzerone e tanto sfacciato che di cosa che di lui si dica punto non si cura, anzi come un bufalone se ne ride. Egli venne lunedi passato a San Sebastiano raso di fresco che pareva un mellone, e con la veste sua di ciambellotto e col rocchetto indosso entrò in camera del signor marchese. Come il signore cosi polito il vide, ancora che egli nel letto fosse dai suoi soliti dolori aggravato, non si puoté perciò contenere che scherzando non gli domandasse quanto era che egli non aveva fatto piantar ravanelli nel suo orto. Il pecorone