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238 PARTE PRIMA non si mossero, anzi andarono chi in qua chi in là, lasciando il crudel padrone ne le mani a Maometto che sapevano esser de la persona molto prode ed animoso, di modo che dopo breve contesa lo scelerato soldano fu miseramente per le mani di Mao¬ metto tagliato a pezzi. Fatto questo, egli subito col favore del popolo occupò il reai palazzo e dispose le guardie ove più gli parve conveniente. E perché egli era carissimo a la moltitudine fu da tutto il popolo salutato soldano. Accettò il dominio Mao¬ metto, e cominciò con grandissima giustizia ed umanità a go¬ vernar lo stato e disporre il tutto prudentissimamente. Ed avendo circa un mese governato e il tutto ridotto ad ottimo termine, un giorno fatta sonar la trombetta, fece congregar tutto il po¬ polo cosi quello d’Ormo come anco i mercadanti e stranieri che vi si trovarono. Ed essendo tutti per comandamento suo congregati, egli in mezzo de la moltitudine ascese in alto e in questa forma a tutti parlò: — Sapete molto ben tutti voi che qui congregati séte, come io non sono di questa isola, ma fui com¬ perato schiavo già molti anni passati dal padre di quel ribaldo tiranno che io con l'aiuto di Dio ho ammazzato. Sapete anco il buon trattamento che il mio signor sempre mi fece, al quale io fedelissimamente sempre ho servito. Ora lo scelerato figliuolo, non figliuolo ma demonio incarnato, tratto da l'ambizione del dominare e non volendo attender il naturai corso de la morte paterna, impaziente d’aspettare commise la nefanda e inaudita sceleratezza che a tutti è nota. E quantunque il debito mio volesse che io del mio caro padrone facessi vendetta, nondimeno io non ci pensava, disposto di lasciar far a Dio quello che più gli fosse piacciuto, non mi parendo esser bastante a cotanta im¬ presa. Ma Tinsaziabil tiranno non contento di quanto commesso crudelmente aveva, cercò d’ammazzarmi. — E quivi narrata tutta l’istoria di lui e di Cairn suo compagno, soggiunse: — A me parve che Dio mi mettesse in animo che io devesse liberarvi da le mani di cosi empio e scelerato signore. Il che essendomi successo, mi pare che il dominio si debbia render a colui al quale dirittamente appartiene. Onde vi prego che vogliate esser contenti che io restituisca il dominio al figliuolo del mio signore,