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42 libro settimo

mi sembra farsi per lo piú una grande illusione. Le glorie disputabili non sogliono essere vere glorie; le due parole implicano contraddizione; le certe sole rimangon vere e grandi. — Certe poi sono quelle dei viaggiatori italiani che seguirono Colombo. Amerigo Vespucci fiorentino [1441-1512 o 1516] toccò forse al continente americano prima che Colombo; e sia per ciò, sia perché fece primo alcune mappe delle nuove terre scoperte, ebbe l’immeritato e vano onore di dar loro il nome. Intanto Giovanni Cabotto veneziano e suo figliuolo Sebastiano [nato a Bristol 1467] scoprirono per Inghilterra, e Giovanni Verrazzani fiorentino per Francia, l’America settentrionale. Ma questi furono gli ultimi grandi scopritori e navigatori italiani. La gloria di compiere le scoperte passò d’allora in poi agli stranieri; e cosí ne passò ad essi tutto l’utile. Delle terre date alla civiltà da Colombo, Amerigo, due Cabotti e Verrazzani, non un palmo rimase all’Italia, non una colonia, non un commercio. Questo è forse il segno piú evidente della decadenza italiana, dell’esser passata a un tratto in ozio l’antica operosità di lei. Non basta dire, le scoperte d’America e del Capo, togliendo il commercio al Mediterraneo, lo tolsero all’Italia; bisogna dire, tolto il commercio al Mediterraneo, Italia oziosa non seppe seguirlo nelle nuove vie; e bisogna aggiungere, quand’anche il commercio riprendesse la via antica del Mediterraneo, questo commercio, queste vie, questo Mediterraneo non saranno per nulla dell’Italia, se ella rimane, com’è, oziosa o poco operosa, meno operosa in somma che le nazioni contemporanee. Il mondo è di chi sel prende; cioè degli operosi, cioè di chi opera per sé, cioè degli indipendenti.

11. Continua. — Ripetiamolo pure, e sovente; toltine Machiavello e l’Ariosto, furono abbondanti, anzi che grandi, in questo secolo gli scrittori. Ma gli artisti, abbondantissimi e grandissimi insieme. Qui nell’arte è dove trionfa l’ingegno italiano; qui è innegabile, e conceduto da tutti, il nostro primato. Qui possiamo, anch’oggi, non uscir d’Italia, trovar tra noi tutto quanto è da studiare e imitare. E tutto l’ottimo poi il troviam raccolto nel Cinquecento, anzi in quella prima metà di esso di che qui