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I.

Il trionfatore di Roma aveva presso alla quadriga aurata lo schiavo che metteva una nota triste e melanconica nei canti della vittoria1. Ma è davvero malcauto, signore gentili, questo schiavo che turba l'armonia degli inni, i quali volano intorno all’ingegno vostro, alla bellezza raggiante nel gran mondo, od alla virtù modesta nelle pareti della casa, con una nota severa, che vi lascierà forse qualche turbamento nell’animo, qualche dubbio nel pensiero. Malcauto anche più, se l'osa, mentre vi chiama all’aperto tanto sorriso di sole, e vi allettano più geniali ritrovi, e l'arte vi dispiega innanzi tesori onde può superbire onorato il genio italiano.

Eppure, Signore, io sono certo che già dentro voi, un intimo senso compie talvolta a questo ufficio molesto, e se anche lampo fugace vi richiama a certi gravi e tormentosi problemi del nostro tempo, ve ne fa almeno sospettare l’esistenza. Vi affacciate come ad abissi paurosi, e ne provate lo scoramento e la paura dei naviganti della leggenda, quando erano trascinati dalla tempesta presso ai vortici dove, sedotti dalla sirena, sparivano inghiottiti per virtù d’incanto. Ci riempiono di nobile orgoglio i progressi delle moderne genti di civiltà europea, solo che noi siamo chiamati a constatarli nelle cotidiane applicazioni, a sentirne in alcuna di queste conferenze le meraviglie, a vederle persino rappresentate coreograficamente sul palco scenico. Pare proprio vero il superbo vanto nil mortalibus arduum! La scienza come ha doma la natura ribelle! Il nostro sguardo spazia libero dalle profondità spaventose del cielo, agli abissi dell’oceano; la nostra parola si trasmette più rapida del fulmine da un capo all’altro del mondo. Superiamo le distanze e sfidiamo le tempeste; pesiamo i mondi e scrutiamo i più intimi segreti della vita nei laboratorii; penetriamo nelle viscere delle montagne

  1. Lettura tenuta dall’autore alle Signore romane della Società per l’educazione della donna della Scuola superiore femminile di via della Palombella.