Pagina:Ariosto-Op.minori.1-(1857).djvu/32


3



Il titolo che nel più delle edizioni si trova di Cinque Canti i quali seguono la materia del Furioso, potrebbe far credere ai lettori cosa indubbia e dimostrata che fossero dall’autore composti col fine di continuare e aggrandire il suo già lungo e compitissimo poema; dovecchè, pel contrario, da quelli che criticamente si fecero ad esaminarli, non fu potuta riconoscere in essi nè questa intenzione, nè bene espressa anche l’altra di farne il principio di un poema novello. È tra queste una terza opinione, tra tutte la più verisimile; cioè che Lodovico li avesse condotti e come apparecchiati prima dell’ultima ristampa eseguita, sè vivente, in Ferrara nel 1532.

Alla seconda di tali credenze si mostrò inclinato Giuseppe Pezzana, che così scrive nell’Avvertimento premesso al tomo primo delle Opere varie di Lodovico Ariosto (Parigi, Lambert, 1776): «Chi... riflettendo che la materia di questi Canti si raggira tutta sopra fatti e guerre accadute dopo la guerra d’Agramante e dopo l’impazzamento e la guarigion d’Orlando, chi non li crederebbe principio d’un novello, anzichè fine d’un poema compiuto?» E vorrebbe fin trarne argomento da quella stanza, che tralasciata in tutte le edizioni, dopo quella dei Figliuoli d’Aldo nel 1545 che con essa a tai Canti diè principio, ci scopre, secondo lui, la conchiusione di un altro Canto di tal sorta, oggi perduto. Se non che una tal chiusa potrebbe piuttosto tener le veci di una delle tante chiuse che si leggono nel Furioso, e propriamente di quel Canto a cui l’autore pensò qualche volta di far succedere il primo dei cinque di cui parliamo. Comecchessia, non dobbiamo di essa stanza, che sì male come introduzione attagliavasi, defraudare i nostri lettori.

                    “Ma prima che di questo altro vi dica,
                         Siate, signor, contento ch’io vi mene
                         (Chè ben vi menerò senza fatica)
                         Là dove il Gange ha le dorate arene;
                         E veder faccia una montagna aprica,
                         Che quasi il ciel sopra le spalle tiene,
                         Col gran tempio nel quale ogni quint’anno
                         L’immortal’ Fate a far consiglio vanno.„

Contro il primo avviso combatte risolutamente Giovanni Andrea Barotti, mentre ci dà a conoscere verso l’ultimo la sua molta