Apri il menu principale

Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. III, 1928 – BEIC 1739118.djvu/36

30 canto


116
     E di marmore un tempio ti prometto
edificar de l’alta regia mia,
che tutte d’oro abbia le porte e ’l tetto,
e dentro e fuor di gemme ornato sia;
e dal tuo santo nome sará detto,
e del miracol tuo scolpito fia. —
Cosí dicea quel re che nulla vede,
cercando invan baciare al duca il piede.

117
     Rispose Astolfo: — Né l’angel di Dio,
né son Messia novel, né dal ciel vegno;
ma son mortale e peccatore anch’io,
di tanta grazia a me concessa indegno.
Io farò ogn’opra acciò che ’l mostro rio,
per morte o fuga, io ti levi del regno.
S’io il fo, me non, ma Dio ne loda solo,
che per tuo aiuto qui mi drizzò il volo.

118
     Fa questi voti a Dio, debiti a lui;
a lui le chiese edifica e gli altari. —
Cosí parlando, andavano ambidui
verso il castello fra i baron preclari.
Il re commanda ai servitori sui
che subito il convito si prepari,
sperando che non debba essergli tolta
la vivanda di mano a questa volta.

119
     Dentro una ricca sala immantinente
apparecchiossi il convito solenne.
Col Senapo s’assise solamente
il duca Astolfo, e la vivanda venne.
Ecco per l’aria lo stridor si sente,
percossa intorno da l’orribil penne;
ecco venir l’arpie brutte e nefande,
tratte dal cielo a odor de le vivande.