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Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. II, 1928 – BEIC 1738143.djvu/452

446 canto


96
     Suggiunse poi: — Tu forse avevi speme,
se potevi nasconderti quel punto,
che non mai piú per raccozzarci insieme
fossimo al mondo: or vedi ch’io t’ho giunto.
Sie certo, se tu andassi ne l’estreme
fosse di Stigie, o fossi in cielo assunto,
ti seguirò, quando abbi il destrier teco,
ne l’alta luce e giú nel mondo cieco.

97
     Se d’aver meco a far non ti dá il core,
e vedi giá che non puoi starmi a paro,
e piú stimi la vita che l’onore,
senza periglio ci puoi far riparo,
quando mi lasci in pace il corridore;
e viver puoi, se sí t’è il viver caro:
ma vivi a piè, che non merti cavallo,
s’alla cavalleria fai sí gran fallo. —

98
     A quel parlar si ritrovò presente
con Ricciardetto il cavallier Selvaggio;
e le spade ambi trassero ugualmente,
per far parere il Serican mal saggio.
Ma Rinaldo s’oppose immantinente,
e non patí che se gli fèsse oltraggio,
dicendo: — Senza voi dunque non sono
a chi m’oltraggia per risponder buono? —

99
     Poi se ne ritornò verso il pagano,
e disse: — Odi, Gradasso; io voglio farte,
se tu m’ascolti, manifesto e piano
ch’io venni alla marina a ritrovarte:
e poi ti sosterrò con l’arme in mano,
che t’avrò detto il vero in ogni parte;
e sempre che tu dica mentirai,
ch’alla cavalleria mancass’io mai.