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Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/266

260 canto


64
     Con buona intenzione (e sallo Idio),
ben che diverso e tristo effetto segua,
io levai l’elmo: e solo il pensier mio
fu di ridur quella battaglia a triegua;
e non che per mio mezzo il suo disio
questo brutto Spagnuol oggi consegua. —
Cosí di sé s’andava lamentando
d’aver de l’elmo suo privato Orlando.

65
     Sdegnata e malcontenta la via prese,
che le parea miglior, verso Orïente.
Piú volte ascosa andò, talor palese,
secondo era oportuno, infra la gente.
Dopo molto veder molto paese,
giunse in un bosco, dove iniquamente
fra duo compagni morti un giovinetto
trovò, ch’era ferito in mezzo il petto.

66
     Ma non dirò d’Angelica or piú inante;
che molte cose ho da narrarvi prima:
né sono a Ferraú né a Sacripante,
sin a gran pezzo per donar piú rima.
Da lor mi leva il principe d’Anglante,
che di sé vuol che inanzi agli altri esprima
le fatiche e gli affanni che sostenne
nel gran disio, di che a fin mai non venne.

67
     Alla prima cittá ch’egli ritruova
(perché d’andare occulto avea gran cura)
si pone in capo una barbuta nuova,
senza mirar s’ha debil tempra o dura:
sia qual si vuol, poco gli nuoce o giova;
sí ne la fatagion si rassicura.
Cosí coperto, séguita l’inchiesta;
né notte, o giorno, o pioggia, o sol l’arresta.