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Pagina:Ariosto, Ludovico – Orlando furioso, Vol. I, 1928 – BEIC 1737380.djvu/265


canto duodecimo 259


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     Lo riconobbe, tosto che mirollo,
per lettere ch’avea scritte ne l’orlo;
che dicean dove Orlando guadagnollo,
e come e quando, et a chi fe’ deporlo.
Armossene il pagano il capo e il collo,
che non lasciò, pel duol ch’avea, di tòrlo;
pel duol ch’avea di quella che gli sparve,
come sparir soglion notturne larve.

61
     Poi ch’allacciato s’ha il buon elmo in testa,
aviso gli è, che a contentarsi a pieno,
sol ritrovare Angelica gli resta,
che gli appar e dispar come baleno.
Per lei tutta cercò l’alta foresta:
e poi ch’ogni speranza venne meno
di piú poterne ritrovar vestigi,
tornò al campo spagnuol verso Parigi;

62
     temperando il dolor che gli ardea il petto,
di non aver sí gran disir sfogato,
col refrigerio di portar l’elmetto
che fu d’Orlando, come avea giurato.
Dal conte, poi che ’l certo gli fu detto,
fu lungamente Ferraú cercato;
né fin quel dí dal capo gli lo sciolse,
che fra duo ponti la vita gli tolse.

63
     Angelica invisibile e soletta
via se ne va, ma con turbata fronte;
che de l’elmo le duol, che troppa fretta
le avea fatto lasciar presso alla fonte.
— Per voler far quel ch’a me far non spetta
(tra sé dicea), levato ho l’elmo al conte:
questo, pel primo merito, è assai buono
di quanto a lui pur ubligata sono.