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277 ANNALI D'ITALIA, ANNO LXIX. 278

soldatesche, e in un gran consiglio tenuto in Berito, fu conchiuso che Muciano marcerebbe con un competente esercito in Italia; Tito, figliuolo di Vespasiano, già dichiarato Cesare, continuerebbe lentamente la guerra contro ai Giudei: e Vespasiano passerebbe nella doviziosa provincia dell’Egitto, per raunar danaro, ed affamare o provveder di grani Roma, secondochè portasse il bisogno. Muciano, uomo ambizioso, e che mirava a divenire in certa maniera compagno di Vespasiano nel principato, accettò volentieri quella incumbenza. Per timore delle tempeste non si arrischiò al mare; ma imprese il viaggio per terra, con disegno di passare lo stretto verso Bisanzio; al qual fine ordinò che quivi fossero pronti i vascelli del mar Nero. Non era molto copiosa e possente l’armata di Muciano, ma a guisa de’ fiumi regali andò crescendo per via: tanta era la riputazion di Vespasiano, e l’abbominazion di Vitellio. Nella Mesia le tre legioni che stavano ivi a’ quartieri, si dichiararono per Vespasiano; e l’esempio d’esse seco trasse due altre della Pannonia, e poi le milizie della Dalmazia, senza neppur aspettare l’arrivo di Muciano. Antonio Primo da Tolosa, soprannominato Becco di Gallo, forse dal suo naso (dal che impariamo l’antichità della parola Becco), uomo arditissimo1, sedizioso ed egualmente pronto alle lodevoli che alle malvage imprese, quegli fu che colla sua vivace eloquenza commosse popoli e soldati contra di Vitellio, nè aspettò gli ordini di Vespasiano o di Muciano, per farsi generale di quelle legioni. Che più? Chiamati in soccorso i re degli Svevi ed altri Barbari, e trovato che quelle milizie nulla più sospiravano che di entrare in Italia, per arricchirsi nello spoglio di queste belle provincie, di sua testa con poche truppe innanzi agli altri calò in Italia, e fu con festa ricevuto in Aquileia, Padova, Vicenza, Este, ed altri luoghi di quelle parti. Mise in rotta un corpo [p. 278]di cavalleria, ch’era postata al Foro da Alieno, dove oggidì è Ferrara. Rinforzato poi dalle due legioni della Pannonia (soleva essere ogni legione composta di seimila soldati), s’impadronì di Verona, e quivi si fortificò. Colà ancora giunse Marco Aponio Saturnino con una delle legioni della Mesia, e concorse ad arrolarsi sotto di Primo gran copia dei pretoriani licenziati da Vitellio. Ancorchè fosse sì grande il suscitato incendio, non s’era per anche mosso l’impoltronito Vitellio. Svegliossi egli allora solamente, che intese penetrato il fuoco fino in Italia. Perchè Valente non era ben rimesso da una sofferta malattia, diede il comando delle sue armi ad Alieno Cecina, con ordine di marciare speditamente contra di Antonio Primo. Venne Cecina con otto legioni almeno, cioè con tali forze che avrebbe potuto opprimerlo. Mandò parte delle milizie a Cremona, e col più della gente armata si portò ad Ostiglia sul Po. Macchinando poi altre cose, perdè apposta il tempo in iscrivere lettere di rimproveri e minacce ai soldati di Primo, ed intanto lasciò che arrivassero a Verona le due altre legioni della Mesia. Finalmente, dappoichè intese che Luciano Basso, governatore della flotta di Ravenna, con cui teneva intelligenza, verso il di 20 d’ottobre s’era rivoltato in favor di Vespasiano: allora, come se fosse disperato il caso per Vitellio, si diede ad esortare i soldati ad abbracciare il partito di Vespasiano, e molti ne indusse a prestar giuramento a lui, e a rompere le immagini di Vitellio. Ma gli altri, che non poteano sofferir tanta perfidia, e quegli stessi che poc’anzi aveano giurato2, presi dalla vergogna e pentiti, si scagliarono contra di lui, senza alcun rispetto al carattere di console, incatenato l’inviarono a Cremona, e cominciarono a caricar anch’essi il bagaglio, per passare colà.

Ad Antonio Primo, ch’era in Vero-

  1. Sueton., in Vitellio, cap. 18.
  2. Dio., lib. 65. Tacitus, Histor., lib. 3, cap. 13.