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169 ANNALI D'ITALIA, ANNO XLVIII. 170

venire innanzi un soldato, che protestava d’essere intervenuto al trattato della congiura. Dettogli, se conosceva Asiatico: senza fallo, rispose. Che il mostrasse: data una girata d’occhi sopra gli astanti, sapendo che Asiatico era calvo, indicò un calvo, ma che non era Asiatico. Niuno dell’uditorio potè contenere le risa, e l’assemblea fu finita. Già pensava Claudio ad assolverlo per innocente, quando entrò in sua camera l’infame Vitellio il console, imboccato da Messalina, che colle lagrime agli occhi mostrò gran compassione d’Asiatico, e poi finse d’essere spedito da lui per impetrar la grazia di potere scegliere quella maniera di morte che più a lui piacesse. Il bietolone Augusto, senza cercar altro, credendo che per rimprovero della coscienza rea egli non volesse più vivere, accordò la grazia richiesta. Asiatico si tagliò dipoi le vene, e rendè contenta, ma non sazia l’avarizia e crudeltà di Messalina, la quale per altre somiglianti vie condusse a morte Poppea moglie di Scipione, la più bella donna de’ suoi tempi, e madre di Poppea, maritata poi coll’Augusto Nerone. Nulla seppe di sua morte Claudio. D’altri nella stessa guisa abbattuti parla Tacito, la cui storia maltrattata dai tempi torna a narrarci gli avvenimenti d’allora, quando quella di Dione per la maggior parte è venuta meno. In quest’anno1 ancora si credè Claudio d’immortalare il suo nome anche fra i grammatici, con aggiugnere tre lettere all’alfabeto latino. Una delle quali fu F scritto al rovescio per significare l’V consonante. Ma dopo la sua morte morirono ancora le da lui inventate lettere. Furono in quest’anno rivoluzioni in oriente. Essendo stato ucciso Artabano re dei Parti, disputarono del regno coll’armi in mano due suoi figliuoli. Prese Claudio questa occasione per inviar Mitridate fratello di Farasmane re dell’Iberia a ricuperare il regno dell’Armenia, già occupato dai Parti. Ed [p. 170]egli in fatti se ne impadronì, e vi si sostenne col braccio de’ Romani. Nè fu senza moti di guerra la Germania. Essendo morto Sanquinio, che comandava l’armi romane nella Germania bassa, in suo luogo fu inviato Gneo Domizio Corbulone, che riuscì dipoi il più valente capitano che allora si avesse Roma. Innanzi ch’egli arrivasse colà, i Cauci aveano fatte delle scorrerie nei lidi della Gallia. Subito che Corbulone fu alla testa delle legioni, soggiogò essi Cauci; fece tornare all’ubbidienza i popoli della Frisia, che s’erano ribellati alcuni anni prima: rimise fra le truppe romane con gran rigore l’antica disciplina. Era per far maggiori imprese, se il pauroso Claudio Augusto non gli avesse scritto di ripassare il Reno, e di lasciar in pace i Barbari. Ubbidì Corbulone, ma con esclamare: Felici gli antichi generali! Claudio a lui concedè poi gli ornamenti trionfali. Venuto anche a Roma Aulo Plauzio, il quale s’era segnalato nella guerra della Bretagna, accordò a lui pure l’onore dell’ovazione, che così chiamavano il picciolo trionfo. Già s’era cominciato a riserbare il vero trionfo ai soli imperadori, perchè soli essi erano i generalissimi dell’armi romane, e a loro si attribuiva l’onor di qualunque vittoria che fosse riportata dai subalterni.


Anno di Cristo XLVIII. Indizione VI.
Pietro Apostolo papa 20
Tiberio Claudio, figliuolo di Druso, imperadore 8.


Consoli


Aulo Vitellio e Quinto Vipsanio Poblicola


Il primo di questi consoli fu poscia imperadore. Per attestato di Svetonio2 ad esso Aulo Vitellio nelle calende di luglio venne sostituito Lucio Vitellio suo fratello: tanto poteva nella corte di allora Lucio Vitellio lor padre, il re degli

  1. Tacitus, Annal., lib. II, cap. 14. Suetonius in Claud., cap. 41.
  2. Sueton. in Vitellio, cap. 3.