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cominciare col cogliere l’uva, e poichè così infelice com’era non si poteva venderla, di pigiarla per conto loro: in pari tempo si dovevano arare i due campi centrali, per la semina del frumento.

Osca dunque venne fuori con l’antico aratro di famiglia, tirato dalle due sole coppie di bovi di loro proprietà: grandi bestie già anziane ma ancora possenti, i cui occhi tristi e smorti parvero illuminarsi per la gioia del lavoro.

Duro lavoro, però, poichè la terra, quasi cristallizzata dal lungo riposo, pareva non volesse più smuoversi: il vomere di metallo doveva scavarla e tagliarla come un coltello, in grandi blocchi scuri come la pozzolana: finito il solco, nel ritornare in su, le zampe dei buoi aiutavano a stritolarla, ma le bestie ansavano e sudavano peggio che nei giorni d’estate.

Anche Osca faticava come non mai, aizzandole senza mai maltrattarle; il sudore gli scorreva sul viso, fino al petto nudo, ed egli se lo sentiva sgorgare anche dalle ascelle, come l’acqua dalla conca della fontana, e inumidirgli tutto il corpo. Quando la terra si rifiutava ad aprirsi, simile alla donna che resiste all’atto di amore, egli se la pigliava con l’aratro, rivolgendogli le