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do la torbida felicità che gli riempiva il cuore. Diede a Pietro un’altra sigaretta, un’altra ne accese per sè, ma quando la ebbe fumata a metà la buttò via. E con una voce grossa, che non pareva più la sua, annunziò un suo proponimento, più che ai fratelli a sè stesso!

— Porco cane, voglio diventare ricco pure io.

Pietro gli fece eco.

— Guarda, guarda! Pensavo anch’io precisamente alla stessa cosa.

Buttò anche lui la sigaretta, come si trattasse di discutere subito un affare serio, e si passò la mano sui capelli.

— Vediamo un po’ come si può fare.

Baldo osservò:

— Col lavoro. E del resto la ricchezza non è la felicità.

Bardo gli diede una gomitata.

— Va via, Pretin; vattene via o le buschi, stasera. Io voglio diventare ricco e felice. Col lavoro, sì, ed anche con l’industria, ma sopratutto con la furberia. Voglio sposare una donna ricca e bella e buona.

Pietro aveva raccattato la sua sigaretta ancora accesa e ne schizzò la cenere sulla testa di Baldo: parlava però rivolto all’altro fratello.