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una sera di febbraio la sorella Bellina, tutta accesa in viso e vestita di rosso, arrivò agitando un foglietto in mano come una piccola bandiera di gioia.

Era una lettera di Pietro.

— Leggila un po’, — disse Annalena, senza smettere di fare la calza.

Isabella guardò il foglio, poi se lo nascose dietro le spalle, gridando che si vergognava: allora Baldo fu pronto a pigliarlo, e lesse lui.

Era una dichiarazione d’amore, scritta con bella calligrafia e con frasi ricercate, tutte svenevoli e romantiche: una lettera, insomma, combinata da uno scrivano pubblico: Pietro però ci doveva aver collaborato perchè dal fondo comune balzavano su frasi del romanzo dei due amanti.

Gina si sentiva profondamente offesa. Pietro si comportava con Bellina tutto al contrario che con lei: invano ella diceva a sè stessa: «meglio cosi, altrimenti non mi sarei salvata»; la gelosia e la tristezza per il nuovo avvenimento aumentavano il suo male.

Che cos’era? Amore? No; anzi ella odiava il cognato, non tanto per il suo tentativo brutale quanto perchè le aveva ucciso il sogno dell’amante ideale, o meglio l’attesa di questo. Adesso ella non aspettava