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inferno - canto xiii 55

     Però disse ’l maestro: «Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d’este piante,
30li pensier c’hai si faran tutti monchi».
     Allor porsi la mano un poco avante,
e colsi un ramicel da un gran pruno;
33e ’l tronco suo gridò: «Perché mi schiante?»
     Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a gridar: «Perché mi scerpi?
36non hai tu spirto di pietate alcuno?
     Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man piú pia,
39se state fossimo anime di serpi».
     Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
42e cigola per vento che va via,
     sí de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
45cadere, e stetti come l’uom che teme.
     «S’elli avesse potuto creder prima,»
rispose ’l savio mio «anima lesa,
48ciò c’ha veduto pur con la mia rima,
     non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
51indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.
     Ma dilli chi tu fosti, sí che ’n vece
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
54nel mondo su, dove tornar li lece».
     E ’l tronco: «Sí col dolce dir m’adeschi,
ch’i’ non posso tacere, e voi non gravi
57perch’io un poco a ragionar m’inveschi.
     Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
60serrando e disserrando, sí soavi,
     che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi:
fede portai al glorioso offizio,
63tanta ch’i’ ne perde’ li sonni e’ polsi.