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20 vittorio alfieri


XXXV.

Solo al girar d’un bel modesto sguardo,
Color, voglia, pensiero io cangio, e stato;
E a seconda ch’io ’l veggo, o dolce, o irato,
Temo a vicenda o spero, agghiaccio od ardo.

Son io quell’un dal maschio cor gagliardo,
Che per non mai servir credeasi nato?
Che contro Amor già da molt’anni armato,
A scherno omai pigliava ogni suo dardo?

Ah! non son quello: o per vergogna il deggio
Negare almeno, or che la mia fierezza
Volta in perfetta obbedïenza io veggio.

Ma voi, cui rider fa mia debolezza,
Pria di rider, mirate (altro non chieggio)
A quai virtudi io servo, a qual bellezza.

XXXVI.

Che feci? oimè! da que’ begli occhi un fiume
Uscìa di pianto, e la cagione io n’era?
Io, duro cor, nato d’alpestre fiera,
Offesi, ahi lasso! un sì gentil costume?

Io, cieco d’ira, al mio sovrano Nume
Scortese usai villana aspra maniera?
Pietà non merto; è ben dover ch’io pera,
O che in perpetuo pianto mi consume.

Ogni tua lagrimetta un mar di pianto
Mi costi, è giusto; e in van si sparga, e in vano
Mercè si chiegga, e si sospiri al vento:

Nè da pietà sia mai tuo sdegno infranto,
Se, ad espïar l’empio trasporto insano,
Io non ti caggio ai piè di doglia spento.