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atto terzo 89

alla celeste la privata causa

frammischiando, si attenta anco ministra
farla d’inganni orribili, e di sangue?
Chi omai nol sa? — Dirò ben io, che il prence,
giovine ognor d’umano core e d’alti
sensi mostrossi; all’avvenente aspetto
conformi sensi; e che speranza ei dolce
crescea del padre, dai piú teneri anni:
e tu il dicevi, e tel credea ciascuno.
Io ’l credo ancora: perch’uom mai non giunse
di cotanta empietade a un tratto al colmo.
Dirò, che ai tanti replicati oltraggi
null’altro ei mai che pazíenza oppose,
silenzio, ossequio, e pianto. — È ver, che il pianto
anco è delitto spesso; havvi chi tragge
dall’altrui pianto l’ira... Ah! tu sei padre;
non adirarten, ma al suo pianger piangi;
ch’ei reo non è, ben infelice è molto. —
Ma, se pur mille volte anche piú reo,
che ognun quí ’l grida, ei fosse; a morte il figlio
mai condannar nol può, né il debbe un padre.
Filippo ... Pietade al fine in un di voi ritrovo,
e pietà seguo. Ah! padre io sono; e ai moti
di padre io cedo. Il regno mio, me stesso,
tutto abbandono all’arbitra suprema
imperscrutabil volontá del cielo.
Dell’ire forse di lassú ministro
Carlo esser debbe in me: pera il mio regno,
pera Filippo pria, ma il figlio viva;
lo assolvo io giá.
Gomez  Tu delle leggi adunque
maggior ti fai? Perché appellarci? Solo
tu ben puoi romper senza noi le leggi.
Assolvi, assolvi; ma, se un dí funesta
la pietá poi ti fosse...
Perez  In ver, funesta