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52 RISPOSTA DELL’AUTORE


in cui posa e finisce il discorso; ed il pensiero stando tutto in quel lascia, l’esser collocato lí, porta che ci si badi assai piú. Non avrei usato quel modo in un sonetto certamente. Il verso ch’ella mi accenna per mutazione:

Lascia ad un re, che merti esser tradito.

io l’avea fatto, con altri simili; poi gli ho tolti, come non abbastanza nobili e troppo cantabili. Osservi, che solamente l’aggiunger quell’un a re toglie molto della fierezza e maestá del dire; e la tragedia dovendo spesso, anzi quasi sempre, dir cose che non sono né immagini, né descrizioni, ma cose piane, pensieri alle volte morali, od altri che nella vita quasi familiare occorrono tutto dí, non può sollevarsi a dignitá, se non pigliando un linguaggio e maniere tutte sue; e questa, di lasciare spesso gli articoli, ne è una, di cui però io anche forse ho abusato. Ma ella osservi, che una sillaba aggiunta quí, una lá, si viene a far molti piú versi, in cui non si è detto niente di piú: e dai molti versi, dove i pochi basterebbero, nasce lo stile vuoto e snervato. Ed in prova, tenti l’impresa chi vuole, di stringere un qualche mio squarcio in un numero eguale di versi, aggiungendo a’ miei tutto quello che, per proprietá di lingua, ho tolto loro, di qualunque passo, quando che sia, io ne accetto la disfida.

Vengo al secondo passo citato.

Ma il sospettar, natura
Fassi in chi regna, sempre.

Confesso il vero che la mutazione sua che dice:

Ma il sospettar diventa
Natura sempre in quel che regna.

è piú chiara; ma occupa piú luogo due sillabe, che ammesse, sconnettono tutto quel che segue, ed obbligheranno in fine della parlata ad averci innestato un verso, ed anche due di piú: cosí due quí, uno lá, tre in altro luogo, viene il quint’atto, e i mille quattrocento sono diventati due mila. A questo anche ci va pensato assai. Ma vediamo però se questa economia di parole non nuoce alla retta intelligenza. L’equivoco in questo passo potrebbe nascere dalla parola sospettar vicino a natura, che non fosse creduto na-