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RISPOSTA DELL’AUTORE 43


di prevalersi della superba ostinatezza d’Eteocle pel trono, e della ostinata domanda di esso da Polinice; irritare, accrescere i loro odj, e spingerli ad ogni eccesso: ciò fa Creonte; e ne ottiene, mi pare, con verisimiglianza di mezzi il pieno suo intento.

Quanto poi a ciò ch’ella dice, non parerle abbastanza dedotto e conseguente il procedere d’Eteocle nel lasciarsi sfuggir di mano Polinice nell’ultima del quarto, potendo egli, come minaccia, farne vendetta; rispondo col pregarla d’osservare le parole che dice di se stesso Eteocle nel primo, scena ultima, con Creonte, dove si manifesta ostinato bensí a tener lo scettro, ma pieno d’odio e d’ira generosa, se tal può chiamarsi, contro il fratello: osservi, che non parla d’altro mezzo, né desiderio, che di venirne a duello col germano; che ama il trono assai, ma odia piú assai il fratello, e pare che darebbe la vita per ucciderlo. Da questo carattere, ferocissimo sí, ma non però inclinato al tradimento, ne risulta che quando le trame tutte proposte da Creonte, a cui egli non ha acconsentito se non se sforzato dalla necessitá, si veggono svanite nell’effetto, e chiaritane pur troppo la cagione, Eteocle rientra piú feroce e irritato di prima nel proprio carattere, e ripiglia, e vuole a forza il mezzo dell’armi aperte, abbenché dubbio.

Quindi venendo a ciò ch’ella osserva nell’Antigone, dico, che il mutarsi Creonte inaspettatamente di parere nel quinto, fu da me praticato cosí per l’effetto teatrale, il quale per prova ho veduto esser terribile quando dice quelle parole: Odimi, Ipséo; non che io fossi interamente convinto che una tal mutazione dovesse farsi cosí subitaneamente, e parer quindi nata piuttosto dall’aver pensato tardi, che in tempo, ai casi suoi: il che in Creonte, che non è tiranno a caso, sarebbe difetto. Io la scuserò pure, non perché cosa mia, dicendo io primo che non vi sta benissimo; ma per dire tutte le ragioni che vi può essere per lasciarla. La prima, come ho detto, è l’effetto teatrale, a cui, quando non è con detrimento espresso del senso retto, bisogna pur servire principalmente: seconda è, che Creonte nel soliloquio che segue, approva se stesso d’aver mutato un partito dubbio per un certo. E se nel soliloquio precedente, nel quarto, egli ha pur detto di fidare nel proprio figlio, ha anche detto che bisognava assolutamente toglier di mezzo Antigone come sola cagione d’ogni cosa, e che tolta quella, tutto si appianava. Ma quali misure ha egli preso per torla via sicuramente? Ha spiato gli andamenti del figlio, in parte ha saputo i suoi moti sediziosi, eppure ha mandato Antigone al supplizio atroce nel