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atto quinto 375



SCENA QUARTA

Elettra, Clitennestra.

Elet. Madre, ove vai? deh! nella reggia il piede

ritorci: alto periglio...
Cliten.  Oreste, narra,
dov’è? che fa?
Elet.  Pilade, Oreste, ed io,
salvi siam tutti. Ebber pietá gli stessi
satelliti d’Egisto. «Oreste è questi.»
Grida primier Dimante; il popol quindi:
«Oreste viva; Egisto, Egisto muoja».
Cliten. Che sento!
Elet.  Ah madre! acquetati; il tuo figlio
rivedrai tosto; e delle spoglie infami
del tiranno...
Cliten.  Ahi crudel! Lasciami, io volo...
Elet. No, no; rimani: il popol freme; e ad alta
voce ti appella parricida moglie.
Non ti mostrar per or; correr potresti
periglio grave: a ciò venn’io. Di madre
in te il dolor, nel veder trarci a morte,
tutto appariva: del tuo fallo omai
l’ammenda festi. A te il fratel mi manda,
a consolarti, assisterti, sottrarti
da vista atroce. A ricercar d’Egisto
trascorron ratti in ogni parte intanto
Pilade ed egli, in armi. Ov’è l’iniquo?
Cliten. L’iniquo è Oreste.
Elet.  Oh ciel! che ascolto?
Cliten.  Io corro
a salvarlo; o a morir con esso io corro.
Elet. No, madre, non v’andrai. Fremon gli spirti...
Cliten. Mi è dovuta la pena; androvvi...
Elet.  O madre,