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atto quarto 371

lo stil, che il padre trucidava; e il figlio

truciderá. Ben lo ravviso; io l’ebbi
tinto giá d’altro sangue; e a lei lo diedi
io stesso giá. — Ma forse appieno tutte,
tu giovinetto eroe, non sai le morti
di questo acciaro. Atréo, l’avo tuo infame,
vibrollo in sen de’ miei fratelli, figli
del suo fratel Tiéste. Io del paterno
retaggio altro non m’ebbi: ogni mia speme,
in lui riposi; e non invan sperai.
Quanto riman di abbominevol stirpe,
tutto al fin, tutto il tengo. Io te conobbi
al desir, che d’ucciderti sentia. —
Ma, qual fia morte, che la cena orrenda,
che al mio padre imbandí l’avo tuo crudo,
pareggi mai?
Cliten.  Morte al mio figlio? morte
avrai tu primo.
Egisto  A me sei nota: trema
anco per te, donna, se omai... Dal fianco
mio non scostarti.
Cliten.  Invan.
Egisto  Trema.
Elet.  Deh! sbrama
in me tua sete, Egisto: io pur son figlia
d’Atride, io pur. Mira, a’ tuoi piedi...
Oreste  Elettra,
che fai?
Pilade  Fu mia la trama; io non avea,
com’essi, un padre a vendicar; pur venni,
a trucidarti io venni: in me securo
incrudelir tu puoi. D’Oreste il sangue
versar non puoi senza tuo rischio in Argo...
Egisto Pilade, Elettra, Oreste, a morte tutti:
e tu pur, donna, ove il furor non tempri.
Oreste Me solo, me. Donzella inerme a morte