Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/366

360 oreste

Cliten.  Or che tu re sei fatto,

non sai, per prova, il cor di un re che sia? —
Barbaro! forse or ti compiaci udirmi
asseverar ciò che mi duol pur tanto?
Va, n’odi al fin quanto a te basti; vanne;
lasciami. — Strofio alle sue mire Oreste
util credé; perciò da te il sottrasse;
quindi il raccolse, e regalmente amollo:
quindi il cacciò, quando disutil forse
gli era, o dannoso; e quindi ora ti manda
ratto il messaggio di sua morte ei primo. —
Tu in questa guisa stessa un dí m’amavi,
pria che il marito io trucidassi, e il regno
ten dessi; e tu cosí m’odiasti poscia;
ed or, cosí mi sprezzi. Amor, virtude,
e fede, e onore, in voi mutabil cosa,
giusta ogni evento, sono.
Egisto  A te la scelta,
ben lo rimembri, a te lasciai la scelta
infra gli Atridi, o i Tiestéi: tu stessa
scegliesti. A che, con grida non cessanti,
scontar mi fai tua scelta? Io t’amo, quanto
tu il merti.
Cliten.  — Egisto, alle importune grida
io pongo fin. Sprezzami tu, se il puoi;
ma dirlo a me, non ti attentar tu mai.
Se amor mi spinse a rio delitto, pensa
a che può spinger disperata donna
spregiato amor, duolo, rimorso, e sdegno.


SCENA SESTA

Egisto.

S’odan costor: nulla rileva il resto.