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348 oreste

mai nol lasciai, né il lascierò.

Oreste  Sol morte
partir ci può.
Pilade  Né lo potria pur morte.
Elet. Oh, senza esempio al mondo, unico amico! —
Ma, dite intanto: al sospettoso, al crudo
tiranno, or come appresentarvi innanzi?
Celarvi quí, giá nol potreste.
Pilade  A lui
mostrar vogliamci apportator mentiti
della morte d’Oreste.
Oreste  È vile il mezzo.
Elet. Men vil, ch’Egisto. Altro miglior, piú certo,
non havvi, no: ben pensi. Ove introdotti
siate a costui, pensier fia mio, del tutto,
il darvi e loco, e modo, e tempo, ed armi
per trucidarlo. Io serbo, Oreste, ancora,
quel ferro io serbo, che al marito in petto
vibrò colei, cui non osiam piú madre
nomar dappoi.
Oreste  Che fa quell’empia? in quale
stato viv’ella? ed il non tuo delitto
come a te fa scontar, d’esserle figlia?
Elet. Ah! tu non sai, qual vita ella pur tragge.
Fuor che d’Atride i figli, ognun pietade
ne avria... L’avremmo anche pur troppo noi. —
Di terror piena, e di sospetto sempre;
a vil tenuta dal suo Egisto istesso;
d’Egisto amante, ancor che iniquo il sappia;
pentita, eppur di rinnovare il fallo
capace forse, ove la indegna fiamma,
di cui si adira ed arrossisce, il voglia:
or madre, or moglie; e non mai moglie, o madre:
aspri rimorsi a mille a mille il core
squarcianle il dí; notturne orride larve
tolgonle i sonni. — Ecco qual vive.