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atto quarto 309

tentata indarno avresti sol tu l’onta:

io, di te donno, e di te privo a un punto,
la iniqua taccia, e la dovuta pena
di rapitor ne avrei: la sorte è questa,
ch’or ne sovrasta, se al fuggir ti ostini.
Cliten. Tu vedi appien gli ostacoli, e null’altro:
verace amor mai li conobbe?
Egisto  Amante
verace trasse a sua rovina certa
l’amato oggetto mai? Lascia, ch’io solo
stia nel periglio; e fo vederti allora
s’io piú conosco ostacoli, né curo. —
Ben veggio, sí, che tu in non cale hai posta
la vita tua: ben veggio esserti meno
cara la fama, che il tuo amor: pur troppo,
piú ch’io nol merto, m’ami. Ah! se il piagato
tuo cor potessi io risanar, sa il cielo,
se ad ogni costo io nol faria!... sí, tutto,
tutto farei;... fuorché cessar di amarti:
ciò, nol poss’io; morir ben posso; e il bramo. —
Ma, se pur deggio a rischio manifesto
per me vederti e vita esporre, e fama,...
piú certi almen trovane i mezzi, o donna.
Cliten. Piú certi?... Altri ve n’ha?...
Egisto  Partir,... sfuggirti,...
morire;... i soli mezzi miei, son questi.
Tu, da me lungi, e d’ogni speme fuori
di mai piú rivedermi, avrai me tosto
dal tuo cor scancellato: amor ben altro
ridesteravvi il grande Atride: al fianco
di lui, felici ancor trarrai tuoi giorni. —
Cosí pur fosse! — Omai piú vera prova
dar non ti posso del mio amor, che il mio
partir;... terribil, dura, ultima prova.
Cliten. Morir, sta in noi; dove il morir fia d’uopo. —
Ma che? null’altro resta a tentar pria?