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atto terzo 305

il tuo amabile riso. Erami pegno

un dí quel riso di beata pace;
non son felice io mai, finch’ei non riede.


SCENA QUINTA

Elettra, Clitennestra.

Elet. Odi buon re, miglior consorte.

Cliten.  Ahi lassa!
Tradita io son: tu mi tradisti, Elettra.
Cosí tua fe mi serbi? Al re svelasti
Egisto; ond’ei...
Elet.  Né il pur nomai, tel giuro.
D’altronde il seppe. Ognun ricerca a gara
del re la grazia in modi mille: ognuno
util vuol farsi al re: ben maraviglia
prender ti può, che nol sapesse ei pria.
Cliten. Ma che gli appon? di che il sospetta? udisti
i detti lor? perché lo scaccia? ed egli
che rispondea? Di me parlogli Atride?
Elet. Rassicurati, madre: in cor d’Atride
non v’ha sospetto. Ei, che tradir tu il possa,
nol pensa pur; nol dei tradir tu quindi.
Non di nemico con Egisto furo
le sue parole.
Cliten.  Ma pur d’Argo in bando
tosto ei lo vuole.
Elet.  Oh te felice! Tolta
dall’orlo sei del precipizio, innanzi
che piú t’inoltri.
Cliten.  Ei partirá?
Elet.  Sepolto
al suo partir sará l’arcano: intero
il cor per anco hai del consorte; ei nulla
brama quanto il tuo amore: il cor non gli hanno


 V. Alfieri, Tragedie - I. 20