Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/308

302 agamennone

Fra queste mura, che tinte del sangue

de’ tuoi fratelli vedi, oh! puoi tu starti,
senza ch’entro ogni vena il tuo ribolla?
Egisto ... Orrida, è ver, d’Atréo fu la vendetta;
ma giusta fu. Que’ figli suoi, che vide
Tieste apporsi ad esecrabil mensa,
eran d’incesto nati. Il padre ei n’era,
sí; ma di furto la infedel consorte
del troppo offeso e invendicato Atréo
li procreava a lui. Grave l’oltraggio,
maggior la pena. È vero, eran fratelli,
ma ad obbliarlo primo era Tieste,
Atréo, secondo. In me del ciel lo sdegno
par che non cessi ancor: men rea tua stirpe,
colma ell’è d’ogni bene. Altri fratelli,
Tieste diemmi; e non, qual io, d’incesto
nati son quelli; ed io di lor le spose
mai non rapiva; eppur ver me spietati
piú assai che Atréo son essi: escluso m’hanno
dal trono affatto; e, per piú far, mi han tolto
del retaggio paterno ogni mia parte;
né ciò lor basta; crudi, anco la vita,
come pria le sostanze, or voglion tormi.
Vedi, se a torto io fuggo.
Agam.  A ragion fuggi;
ma quí mal fuggi.
Egisto  Ovunque io porti il piede,
meco la infamia del paterno nome,
e del mio nascer traggo; il so: ma, dove
meno arrossir nel pronunziar Tieste
poss’io, che agli occhi del figliuol d’Atréo?
Tu, se di gloria men carco ne andassi,
tu, se infelice al par d’Egisto fossi,
il peso allor, tu sentiresti allora
appien l’orror, ch’è annesso al nascer figlio
d’Atréo non men, che di Tieste. Or dunque