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atto terzo 301

ed è infelice, a tua pietade ha dritto,

fosse ei di Troja figlio. Ad alta impresa
te non scegliea la Grecia a caso duce;
ma in cortesia, valor, giustizia, fede,
re ti estimava d’ogni re maggiore.
Tal ti reputo anch’io, né piú sicuro
mai mi credei, che di tua gloria all’ombra:
né rammentai, che di Tieste io figlio
nascessi; io son di sorte avversa figlio.
Lavate appien del sangue mio le macchie
pareami aver negli infortunj miei;
e, se d’Egisto inorridire al nome
dovevi tu, sperai, che ai nomi poscia
d’infelice, mendico, esule, oppresso,
entro il regal tuo petto generoso
alta trovar di me pietá dovresti.
Agam. E s’io ’l volessi pure, o tu, pietade
soffriresti da me?
Egisto  Ma, e chi son io,
da osar spregiare un dono tuo?...
Agam.  Tu? nato
pur sempre sei del piú mortal nemico
del padre mio: tu m’odj, e odiar mi dei;
né biasmar ten poss’io: fra noi disgiunti
eternamente i nostri padri ci hanno;
né soli noi, ma i figli, e i piú lontani
nepoti nostri. Il sai; d’Atréo la sposa
contaminò, rapí l’empio Tieste:
Atréo, poich’ebbe di Tieste i figli
svenati, al padre ne imbandia la mensa.
Che piú? Storia di sangue, a che le atroci
vicende tue rammento? Orrido gelo
raccapricciar mi fa. Tieste io veggo,
e le sue furie, in te: puoi tu d’altr’occhio
mirar me, tu? Del sanguinario Atréo
non rappresento io a te la imagin viva?