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atto terzo 299

di solitarj, d’ogni gioja è morte,

d’ogni fantasma è vita: e lo aspettarti
sí lungamente; e tremante ogni giorno
starsi per te: nol vedi? — ah! come quella
esser di pria può mai? Padre, deh! scusa
il suo attonito stato: in bando scaccia
ogni fosco pensiero. In lei fia il duolo
spento ben tosto dal tuo dolce aspetto.
Deh! padre, il credi: in lei vedrai, fra breve,
tenerezza, fidanza, amor, risorti.
Agam. Sperarlo almen mi giova. Oh qual dolcezza
saria per me, se apertamente anch’ella
ogni segreto del suo cor mi aprisse! —
Ma, dimmi intanto: di Tieste il figlio
dov’io regno a che vien? che fa? che aspetta?
Quí sol sepp’io, ch’ei v’era; e parmi ch’abbia
ciascuno, anche in nomarmelo, ribrezzo.
Elet. ... Ei di Tieste è figlio, il sei d’Atréo;
quindi nasce il ribrezzo. Esule Egisto,
quí venne asilo a ricercar: nimici
egli ha i proprj fratelli.
Agam.  In quella stirpe
gli odj fraterni ereditarj sono;
forse i voti d’Atréo, l’ira dei Numi,
voglion cosí. Ma, ch’ei pur cerchi asilo
presso al figlio d’Atréo, non poco parmi
strana cosa. Giá imposto ho ch’ei ne venga
dinanzi a me; vederlo, udire io voglio
de’ casi suoi, de’ suoi disegni.
Elet.  O padre,
dubbio non v’ha, ch’egli è infelice Egisto.
Ma tu, che indaghi a primo aspetto ogni alma,
per te vedrai, se d’esser tale ei merti.
Agam. Eccolo, ei vien. — Sotto avvenenti forme
chi sa, s’ei basso o nobil core asconda?