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atto secondo 291

Non lunge io son dal racquistar la madre.

Rimorso senti? Omai piú rea non sei.
Egisto Rea fosti mai? Tu il tuo consorte estinto
credesti; e, di te donna, a me di sposa
dar disegnavi mano. Un tal pensiero
chi può a delitto apporti? Ei, se nol dici,
nol sa. Tu non sei rea; né a lui davanti
tremar dei tu. Vedrai, ch’ei piú non serba
rimorso in sen della tua uccisa figlia.
Di securtá prendi da lui l’esemplo.
Elet. O mortifera lingua, osi tu il nome
contaminar d’Atride? Andiam, deh! madre;
questi gli estremi fian consigli iniqui,
che udrai da lui; vieni.
Cliten.  Giurasti, Egisto;
rimembrati; giurasti.
Egisto  Un dí rimane.
Cliten. Oh cielo! un dí?...
Elet.  Troppo ad un empio è un giorno.


SCENA TERZA

Egisto.

Odiami, Elettra, odiami pur; ti abborre

ben altrimenti Egisto: e il mio profondo
odio, il vedrai, non è di accenti all’aura
vani; il tremendo odio d’Egisto, è morte.
Abbominevol stirpe, al fin caduta
sei fra mie man pur tutta. Oh qual rammarco
m’era al cor, che dell’onde irate preda
fosse Atride rimaso! oh, di vendetta
qual parte e quanta mi furavan l’onde!
Vero è, col sangue loro avrian suoi figli
l’esecrando d’Atréo feral convito
espiato, col sangue: avrei tua sete