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atto primo 283

Elet. Che dici? oh ciel! cosí non favellavi

di lui, piú lune addietro. Ancor trascorso,
da che fean vela i Greci, intero un lustro
non era, e sospirar di rivederlo
ogni dí pur t’udiva io stessa. A noi
narrando andavi le sue imprese; in esso
tutta vivevi, e ci educavi in esso:
di lui parlando, io ti vedea la guancia
rigar di amare lagrime veraci...
Piú nol vedesti poscia; egli è qual s’era:
diversa tu fatta ti sei, pur troppo;
ah! sí, novella havvi ragion, che il pinge
agli occhi tuoi da quel di pria diverso.
Cliten. Nuova ragion? che parli?... Inacerbito
contr’esso il cor sempr’ebbi... Ah! tu non sai...
Che dico?... O figlia, i piú nascosi arcani
di questo cor, s’io ti svelassi...
Elet.  Oh madre!
Cosí non li sapessi!
Cliten.  Oimè! che ascolto?
Avria fors’ella penetrato?...
Elet.  Avessi
penetrato il tuo cor io sola almeno!
Ma, nol sai tu, che di chi regna ai moti
veglian maligni, intensi, invidi, quanti
gli stan piú in atto riverenti intorno?
Omai tu sola il mormorar del volgo
non odi; e credi che ad ogni uom nascoso
sia ciò, che mal nascondi, e che a te sola
dir non si ardisce. — Amor t’acceca.
Cliten.  Amore?
Misera me! chi mi tradia?...
Elet.  Tu stessa,
gran tempo è giá. Dal labro tuo non deggio
di cotal fiamma udire: il favellarne
ti costeria pur troppo. O amata madre,
che fai? Non credo io, no, che ardente fiamma