Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/265


atto quarto 259

Virg.o  Degno, t’intendo,

me di servir tu credi...
Appio  Ugual te stimo,
se non maggior, d’ogni Romano: e in prova,
riporterai tu in campo il piede appena,
ch’io d’innalzarti a militar comando
avrò...
Virg.o  Tentar me di viltade anch’osi?
Premio a virtú dovuto, a me il darebbe
d’Appio il favore? Or qual fec’io delitto,
per meritarmi il favor tuo? Pur troppo
spento anche in campo è d’ogni onore il seme;
e il sa ben Roma, e i suoi nemici il sanno;
essi, che vanto, non avuto in pria,
darsi or ponno, d’aver piú d’un Romano
trafitto a tergo. — È ver, che l’onorate
piaghe, qual’io ti mostro a mezzo il petto,
quai benedir soleansi ne’ figli
dalle romane madri, ora in mal punto,
mal ricevute, e peggio foran mostre,
or che per te si pugna. — A Roma fede
giurai: s’io deggio ritornare al campo,
Roma rinasca. — A me tu parli scaltro;
rispondo io forte. Io son soldato, io padre,
io cittadin: d’ogni altro male io taccio;
e finché Roma il soffre, il soffro anch’io:
ma la mia figlia...
Appio  Non son io, che spinga
Marco a muover la lite, ancor che fama
bugiarda il suoni: bensí tanto io posso
da distornelo, forse. Assai mi prende
di te pietá: senza periglio alcuno,
senza tumulto, a te la figlia forse
render potrei, se tu di lei sentissi
vera pietá: ma tu, di sangue hai sete;
la vuoi d’Icilio sposa, e involger teco