Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/255


atto terzo 249

Soffrir piú omai non puossi: avrem seguaci;

tutti non son, benché avviliti, vili:
manca, all’ardir dei piú, chi ardisca primo;
e son quell’io. — Per ora il campo è questo,
in cui dobbiam militar noi; cercarvi
onore, o morte. In piú seguir le insegne
degli oppressori nostri, infamia sola
tu mercheresti: in mezzo a Roma è l’oste;
dunque in Roma si pugni: e siane incerto
l’evento pur, certa è la gloria: or deggio
piú dirti?
Virg.o  No: presto a morir son sempre;
e duolmi or sol l’aver vissuto io troppo.
Freno all’iniquo giudice porranno
mie grida, spero; e la evidente mia
ragion: Roma vedrammi intorno intorno
andar mostrando ai cittadini ignudo
pien d’onorate cicatrici il petto:
e attestar Roma, e i Numi nostri, e il sangue
nemico, e il mio, che per essa io sparsi.
Squallido padre, canuto, tremante,
ad ogni padre io narrerò la trista
storia del sangue mio: per me, quai sieno
delle lunghe fatiche i premj in Roma,
ogni guerrier saprá. — Ciò far ti giuro...
Ma, di sangue civil tinger mio brando,
avviluppar nella mia fera sorte
tanti innocenti, e invano...
Icilio  E forza pure
ti fia ciò far: la libertade, i figli
ben mertan, parmi, che si spanda il sangue
di piú d’un cittadino. O muojon prodi,
degni non eran di servire; o vili,
non degni eran di vivere tra noi. —
Ma ad abbracciar le sconsolate donne,
deh! vanne ormai: certo son io, che pari,