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atto terzo 247

ti vegga dunque infra la plebe andarne

tremante padre, e chieder lagrimoso
tua vera prole. Né pietade altronde
cercar, che in cor di plebe: ella può sola
render la figlia al padre, a me la sposa,
a se l’onor, la libertade a Roma.
Virg.o Icilio, il sai, quant’io grande t’estimi...
Lo averti eletto genero n’è prova.
Entro il mio cor non guasto ardon tre sole
di puro amor forti faville: Roma
amo, e il mio sangue, e la virtude tua.
Ogni alta impresa, ogni periglio teco
ad affrontar, s’egli è mestier, son presto...
Ma, il tuo bollente ardir, l’alma che troppo
magnanima rinserri...
Icilio  E quando troppa
si reputò virtude?
Virg.o  Allor ch’è vana;
allor che danno a chi la segue arreca,
e a chi non l’ha non giova. — Icilio, io t’odo
mosso da nobil ira in un raccorre
la patria oppressa, e l’oltraggiata figlia:
cause...
Icilio  Disgiunger densi? Una è la causa:
tu sei padre, e nol senti? O Roma è Roma,
tu allor v’hai figlia, io vi ho consorte, e vita;
o è serva, e allor nulla v’abbiam, che il brando.
Virg.o Roma per or serva è pur troppo: io tremo
di te per lei; che sue profonde piaghe
inacerbisce ogni presente moto:
tremo, che tu non scelga infra i partiti
per piú certo il piú fero. Ah! se ad un tempo
salvar la figlia, e non turbar la pace
della patria si può...
Icilio  Taci: qual nome
profferir osi tu? V’ha patria, dove