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246 virginia

di lor vicina sorte, palpitanti

stanno: del venir tuo nell’ansio petto
bramano il punto, e il temono a vicenda.
Virg.o Dunque i miei caldi preghi udiste, o Numi;
voi, che al mio fianco antico inusitata
forza prestaste, ond’io giungessi in tempo,
o di salvar l’unica figlia mia,
o di morir per essa.
Icilio  Odi; o salvarla,
o morir voglio anch’io. Ma tu sei padre;
un’arme hai tu, che non m’è data, e molto
nel popol può; le lagrime.
Virg.o  Ma dimmi:
a che siam noi?
Icilio  Lo stesso suol che or premi,
d’iniquitade era stamane il campo:
quí prima pugna diessi. Un Marco parla,
e d’Appio asconde la libidin cruda
con mille fole. Ad ingannar la plebe
quanto è mestier, tutto si adopra; e leggi,
e chieditore, e testimonj, e prove.
Giá all’iniquo giudizio Appio dar fine
senza ostacol credea; ma l’empia frode
io palesare osai primiero, e osai
chieder del padre. — Oh qual terribil grido
al ciel mandava la fremente plebe,
tuo nome udendo! Componeasi un volto
impavido, ma in core, entro ogni vena,
lo scellerato giudice tremava.
Al fin si arrese, e d’aspettarti ei disse. —
Or io temea, che l’empio al venir tuo
tendesse aguati: e che alla figlia, e a Roma,
e a me tolto tu fossi... Al fin pur giungi;
e non invan ti voller salvo i Numi.
Del dí novello ei l’ora sesta assegna
alla sentenza ria: giá il sol nascente