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242 virginia

Appio Siccio ribelle, ivi...

Icilio  Che narro io stragi?
Son note giá. Sangue per anco in Roma
sparso non han; ma a larga mano l’oro,
che orribil prezzo fia di sangue poscia.
Chi pensa e parla qual romano il debbe,
nemico oggi è di Roma. Alle donzelle
sposo, e parenti, e libertade, e fama,
tutto si toglie. Or, che aspettate? Il duro,
il peggior d’ogni morte orribil giogo
imposto a voi da voi; che d’uom vi lascia
il volto appena, e il non dovuto nome;
perché da voi non cade infranto a terra?
Sete Romani voi? romane grida
odo ben; ma romane opre non veggio.
Sangue v’è d’uopo ad eccitarvi? Io leggo
giá del tiranno in volto il fero cenno
di morte. Or via, satelliti di sangue,
vostre scuri che fanno? È questo il capo,
Appio, quest’è, che tronco, o a Roma torre
debbe, o per sempre render libertade.
Fin che sul busto ei sta, trema; lo udrai
libertade gridare, armi, vendetta.
Se Roma in se Romani altri non serra,
a Tarquinio novel novello Bruto,
vivo o morto, son io. Mira, io non fuggo,
non mi arretro, non tremo: eccomi...
Virg.a  Oh cielo!
Appio deh! frena l’ira: entro al suo sangue
non por le mani: odi che il popol freme,
né il soffrirá. Troppo importante vita
minacci tu: me fa perir; fia il danno
minore a Roma, e a te...
Icilio  Che fai? tu preghi?
E un Appio preghi? In faccia a Roma, in faccia
a me? Se m’ami, a non temere impara:
e se d’amor prova ti debbo io prima