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232 virginia

in virtude. Al mio labro Amor non detta

piú molli sensi; il braccio, il cor daratti
prove d’amor, se d’uopo fia, ben altre. —
Ma, la cagion, che a farti oltraggio spinge
quel vil, sapreste voi?
Virg.a  Ch’egli è, dicevi,
d’Appio tiranno il rio ministro.
Icilio  Schiavo
d’ogni sua voglia egli è...
Virg.a  Nota pur troppo
m’è la cagione dunque. Appio, è gran tempo,
d’iniquo amore arde per me...
Icilio  Che ascolto?...
Oh rabbia!
Numit.  Oh ciel! perduti siamo.
Icilio  Io vivo;
ho un ferro ancor. — Non paventate, o donne,
fin ch’io respiro.
Virg.a  Odi sfrenato ardire.
Or di sedurre, or d’ingannar piú volte
l’onestá mia tentò: lusinghe, preghi,
promesse, doni, anco minacce, e quanto
dell’onestade ai nobili par prezzo,
tutto spiegò. Dissimulai l’atroce
insoffribile ingiuria: in campo il padre
si stava; e udita invan da me l’avrebbe
sola e inerme la madre. — Alfin pur giorno
sorge per me diverso: io son tua sposa,
piú omai non taccio. O de’ Romani primo,
non che l’offesa, or la vendetta è tua.
Rivi di pianto tacita versai;
e al mio dolor pietosa, lagrimava
spesso la madre, e non sapea qual fosse.
Ecco l’orrido arcano. — Appio la fraude
ora, e la forza, all’arti prime aggiunge;
giudice, e parte egli è: ti sarò tolta