Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/236

230 virginia

Romani, intanto a me si creda: è questa,

vel giuro io, figlia di Virginio: il volto,
gli atti modesti n’ha, gli alti pensieri,
e i forti sensi. Io l’amo; esser de’ mia;
la perderò cosí?
Popolo  Misero sposo!
Costui, chi sa, chi ’l muova?
Icilio  Oh! ben mi avveggo,
pietá di me sentite; ed io la merto;
vedete: il dí, ch’io mi credea giá in sommo
d’ogni letizia, ecco, travolto in fondo
son d’ogni doglia. Assai nimici ho in Roma;
tutti i nimici vostri; assai possenti,
ma scaltri piú. Chi sa? tormi la sposa,
or che m’han tolto libertá, vorranno.
Mirate ardire! e favole si tesse;
e ne vien questi esecutor... Deh! Roma,
a qual partito sei?... Nobili iniqui,
voi siete i servi quí; voi di catene
carchi dovreste andar; voi, che nel core
fraude, timore, ambiziose avare
voglie albergate; voi, cui sempre rode
mal nata invidia, astio, e livor di nostre
virtú plebee, da voi, non che non use,
non conosciute mai. Maligni, ai lacci
porgon le man, purché sia al doppio avvinta
la plebe: il rio servaggio, il mal di tutti
vonno, pria che con noi goder divisa
la dolce libertade: infami, a cui
la nostra gioja è pianto, il dolor gioja.
Ma i tempi, spero, cangieransi; e forse
n’è presso il dí...
Popolo  Deh; il fosse pur! Ma...
Marco  Cessa;
non piú: tribun di plebe or quí vorresti
rifarti forse? A te, ben so, può solo