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atto primo 229

D’Icilio il braccio, il cor, l’ardir vi è noto,

non men che il nome. — A voi libera chieggo
mia sposa, a voi. Costui non ve la chiede;
schiava la dice, e piglia, e a forza tragge. —
Tra Icilio, e Marco, il mentitor qual sia,
danne sentenza tu, popol di Roma.
Marco Leggi, che a voi, popolo re, voi feste,
sagge, tremende, sacre, infranger primi
or le ardireste voi? No; che di Roma
nol soffriranno i Numi. Allor ch’io falso
richieditor convinto sia, sul capo
mi piombi allor del vostro sdegno il grave
peso intero: ma infin che folli vanti,
e atroci ingiurie, e orribili dispregj
d’autoritá legittima sovrana,
son le ragion che a me si oppongon sole;
al suo signor sottrar l’antica schiava,
qual di voi l’ardirebbe?
Icilio  Io primo; e avrommi
compagni a ciò quanti quí son Romani.
Certo, la iniqua tua richiesta asconde
infame arcano: or, qual ragion ti muova,
chi ’l sa? chi ’l può, chi ’l vuol saper? non io;
sol che non segua abbominando effetto.
Roma, da che dei Dieci è fatta preda,
giá sotto vel di legge assai sofferse
forza, vergogna, e stragi. Uso ad oltraggio
pur finor non son io: chi ’l soffre, il merta.
Schiava non può d’Icilio esser la sposa;...
fosse anco nata schiava. — Ove si vide
legge piú ingiusta mai? Schiavi, nel seno
di libertade? Ed a chi schiavi? al fasto
insultator di chi ci opprime. — I servi
per la plebe non son; per noi, che mani
abbiamo, e cor. — Ma servi a mille a mille,
purché nol sia Virginia, abbia pur Roma. —