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228 virginia

ben è dover, che a rinnovar tumulti

onde ognora ti pasci, or tu quest’uno
pretesto afferri. Ma, fin ch’avvi in Roma,
a tuo dispetto, sagrosante leggi,
temer poss’io di te? Questa è mia schiava;
sí, questa; il dico; e a chi provarlo importa,
il proverò. Né tu, cred’io, né quanti
simili a te fremon quí in suon di sdegno,
di me giudici siete.
Icilio  Icilio, e i pochi
simili a lui, qui difensor tremendi
dell’innocenza stanno. — Odi mie voci,
popol di Roma. Io, che finor spergiuro
non sono; io, che l’onor non mai tradito,
né venduto ho; che ignobil sangue vanto,
e nobil cor; me udite; a voi parlo io.
Questa innocente libera donzella
è di Virginio figlia... Ad un tal nome
arder vi veggo giá di splendida ira.
Virginio in campo milita per voi:
mirate or tempi scellerati; intanto
all’onte esposta, ed agli oltraggi, in Roma
riman sua figlia. E chi la oltraggia?... Innanzi
fatti, o Marco; ti mostra... E che? tu tremi? —
Eccolo, a voi ben noto; ultimo schiavo
d’Appio tiranno, e suo ministro primo;
d’Appio, d’ogni virtú mortal nemico;
d’Appio oppressor, duro, feroce, altero,
che libertá v’ha tolto, e, per piú scherno,
vita or vi lascia. — A me promessa è sposa
Virginia, e l’amo. Chi son io, non penso,
che a rimembrarvel abbia: io fui giá vostro
tribun, giá vostro difensor,... ma invano;
che al lusinghiero altrui parlar credeste,
piú che al libero mio: pena ne avemmo
il servaggio comune... Or, che piú dico?