Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/230

224 virginia

il padre a lui, che a tua beltá non fosse

pari in te la virtú; d’Icilio degna,
pria che d’Icilio sposa, ei ti volea.
Virg.a Tal dunque oggi mi crede? Oh inaspettata
immensa gioja! L’ottener tal sposo
pareami il primo d’ogni ben; ma un bene
maggior d’assai fia il meritarlo.
Numit.  Il merti;
ed ei ti merta solo; ei, che mostrarsi
osa Romano ancor, mentre sta Roma
in reo silenzio attonita vilmente,
e, nel servaggio, libera si crede.
Pari fossero a lui que’ vili illustri,
cui narrar dei grand’avi ognor le imprese
giova, e tradirle! In cor d’Icilio han seggio
virtú, valor, senno, incorrotta fede...
Virg.a Nobil non è, ciò basta; e non venduto
ai tiranni di Roma: indi egli piacque
al mio non guasto core. Accolta io veggo
in sua libera al par che ardita fronte
la maestá del popolo di Roma.
In questi tempi iniqui, ove pur anco
trema chi adula, il suo parlar verace,
l’imperterrito cor, la nobil’ira,
i pregj son, che han me da me divisa.
Plebea, mi vanto esser d’Icilio eguale;
piangerei d’esser nata in nobil cuna,
di lui minor pur troppo.
Numit.  In un col latte
t’imbevvi io l’odio del patrizio nome,
serbalo caro; a lor si dee, che sono,
a seconda dell’aura o lieta, o avversa,
or superbi, ora umíli, e infami sempre.
Virg.a Io smentir mie’ natali? Ah! non sai, madre,
ragion, che in me il magnanim’odio addoppi
Privati miei, finor taciuti, oltraggi