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atto terzo 197

figliuol v’avesse! ei di tua mano illustre,

degno ei solo sarebbe...
Antig.  Orribil nome,
di Edippo figlia! — ma, piú infame nome
fia, di Creonte nuora.
Emone  Ah! la mia speme
vana è pur troppo omai! Può solo il sangue
appagar gli odj acerbi vostri: il mio
scegliete dunque; il mio versate. — È degno
il rifiuto di Antigone, di lei:
giusto in te, padre, anco è lo sdegno: entrambi
io v’amo al par; me solo abborro. — Darle
vuoi tu, Creonte, morte? or lascia, ch’ella,
col darla al figliuol tuo, da te la merti. —
Brami, Antigone, aver di lui vendetta?
Ferisci; in questo petto (eccolo) intera
avrai vendetta: il figlio unico amato
in me gli togli; orbo lo rendi affatto;
piú misero d’Edippo. Or via, che tardi?
Ferisci; a me piú assai trafiggi il core,
coll’insultarmi il padre.
Creon.  Ancor del tutto
non disperar: piú che il dolor, lo sdegno
favella in lei. — Donna, a ragion dá loco:
sta il tuo destino in te; da te sol pende
quell’Argía che tant’ami, onde assai duolti,
piú che di te medesma; arbitra sei
d’Emon, che non abborri;... e di me il sei;
cui se pur odj oltre il dover, non meno
oltre il dover conoscermi pietoso
a te dovresti. — Intero io ti concedo
ai pensamenti il dí novel che sorge: —
la morte, o Emone, al cader suo, scerrai.