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196 antigone

Antig. Cangiar io teco stil? — cangiar tu il core,

fora possibil piú.
Emone  Questi m’è padre:
se a lui favelli, Antigone, in tal guisa,
l’alma trafiggi a me.
Antig.  Ti è padre; ed altro
pregio ei non ha; né scorgo io macchia alcuna,
Emone, in te, ch’essergli figlio.
Creon.  Bada;
clemenza è in me, qual passeggero lampo;
rea di soverchio sei; né omai fa d’uopo,
che il tuo parlar nulla vi aggiunga...
Antig.  Rea
me troppo or fa l’incontrastabil mio
trono, che usurpi tu. Va; non ti chieggio
né la vita, né il trono. Il dí, che il padre
toglievi a me, ti avrei la morte io chiesta,
o data a me di propria man l’avrei;
ma mi restava a dar tomba al fratello.
Or che compiuta ho la sant’opra, in Tebe
nulla a far mi riman: se vuoi ch’io viva,
rendimi il padre.
Creon.  Il trono; e in un con esso,
io t’offro ancor non abborrito sposo;
Emon, che t’ama piú che non mi abborri;
che t’ama piú, che il proprio padre, assai.
Antig. Se non piú cara, piú soffribil forse
farmi la vita Emon potrebbe; e solo
il potrebb’ei. — Ma, qual fia vita? e trarla,
a te dappresso? e udir le invendicate
ombre de’ miei da te traditi, e spenti,
gridar vendetta dall’averno? Io, sposa,
tranquilla, in braccio del figliuol del crudo
estirpator del sangue mio?...
Creon.  Ben parli.
Troppo fia casto il nodo: altro d’Edippo