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atto terzo 185

cova del trono ambizíosa brama?

Di questo trono, oggi mia cura, in quanto
ei poscia un dí fia tuo.
Emone  T’inganni: in lei
non entra, il giuro, alcun pensier di regno:
in te, bensí, pensier null’altro alligna.
Quindi non sai, né puoi saper per prova
l’alta possa d’amor, cui debil freno
fia la ragion tuttora. A te nemica
non estimavi Antigone, che amante
pur n’era io giá: cessar di amarla poscia,
non stava in me: tacer poteami, e tacqui;
né parlerei, se tu costretto, o padre,
non mi v’avessi. — Oh cielo! a infame scure
porgerá il collo?... ed io soffrirlo?... ed io
vederlo? — Ah! tu, se rimirar potessi
con men superbo ed offuscato sguardo
suo nobil cor, l’alto pensar, sue rare
sublimi doti; ammirator tu, padre,
sí, ne saresti al par di me; tu stesso,
piú assai di me. Chi, sotto il crudo impero
d’Eteócle, mostrarsi amico in Tebe
di Polinice ardí? l’ardia sol ella.
Il padre cieco, da tutti diserto,
in chi trovò, se non in lei, pietade?
Giocasta infin, giá tua sorella, e cara,
dicevi allor; qual ebbe, afflitta madre,
altro conforto al suo dolore immenso?
Qual compagna nel piangere? qual figlia
altra, che Antigon’, ebbe? — Ella è d’Edippo
prole, di’ tu? ma, sua virtude è ammenda
ampia del non suo fallo. — Ancor tel dico;
non è di regno il pensier suo: felice
mai non sperar di vedermi a suo costo:
deh, lo fosse ella al mio! Del mondo il trono
daría per lei, non che di Tebe.


 V. Alfieri, Tragedie - I. 13