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192 antigone

ed abborrita, e non sofferta forse

sará tal arte dai Tebani.
Creon.  E ardisci
tu il dubbio accor, finora a tutti ignoto,
se obbedir mi si debba? Al poter mio,
altro confin che il voler mio non veggio.
Tu il regnar non m’insegni. In cor d’ogni uomo
ogni altro affetto, che il terrore, io tosto
tacer farò.
Emone  Vani i miei preghi adunque?
Il mio sperar di tua pietade?...
Creon.  Vano.
Emone Prole di re, donne, ne andranno a morte,
perché al fratello, ed al marito, hann’arso
dovuto rogo?
Creon.  Una v’andrà. — Dell’altra
poco rileva; ancor nol so.
Emone  Me dunque,
me pur con essa manderai tu a morte.
Amo Antigone, sappi; e da gran tempo
l’amo; e, piú assai che la mia vita, io l’amo.
E pria che tormi Antigone, t’è forza
tormi la vita.
Creon.  Iniquo figlio!... Il padre
ami cosí?
Emone  T’amo quant’essa; e il cielo
ne attesto.
Creon.  Ahi duro inciampo! — Inaspettato
ferro mortal nel cor paterno hai fitto.
Fatale amore! al mio riposo, al tuo,
e alla gloria d’entrambi! Al mondo cosa
non ho di te piú cara... Amarti troppo
è il mio solo delitto... E tal men rendi
tu il guiderdone? ed ami, e preghi, e vuoi
salva colei, che il mio poter deride;
che me dispregia, e dirmel osa; e in petto