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atto terzo 191

Numi ragione; e non v’ha etá, né grado,

né sesso v’ha, che il rio delitto escusi
del non sempre obbedir. Pochi impuniti
danno ai molti licenza.
Emone  In far tua legge,
credesti mai, che dispregiarla prime
due tai donne ardirebbero? una sposa,
una sorella, a gara entrambe fatte
del sesso lor maggiori?...
Creon.  Odimi, o figlio;
nulla asconder ti deggio. — O tu nol sappi,
ovvero nol vogli, o il mio pensier tu finga
non penetrar finora, aprirtel bramo. —
Credei, sperai; che dico? a forza io volli,
che il mio divieto in Tebe a infranger prima,
sola, Antigone fosse; al fin l’ottenni,
rea s’è fatt’ella; omai la inutil legge
fia tolta...
Emone  Oh cielo!... E tu, di me sei padre?...
Creon. Ingrato figlio;... o mal esperto forse;
che tale ancora crederti a me giova:
padre ti sono: e se tu m’hai per reo,
il son per te.
Emone  Ben veggio arte esecranda,
onde inalzarmi credi. — O infame trono,
mio non sarai tu mai, se mio de’ farti
sí orribil mezzo.
Creon.  Io ’l tengo, è mio tuttora,
mio questo trono, che non vuoi. — Se al padre
qual figlio il dee non parli, al re tu parli.
Emone Misero me!... Padre,... perdona;... ascolta;... —
Oh ciel! tuo nome oscurerai, né il frutto
raccorrai della trama. In re tant’oltre
non val poter, che di natura il grido
a opprimer basti. Ogni uom della pietosa
vergine piange il duro caso: e nota,