Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/160

154 polinice

scaglia da te la profanata tazza:

eterna guerra, odio mortal, giurasti;
eterna guerra, odio mortal, ti giuro.
Gioc. — Sospendi alquanto ancora. — A me quel nappo,
donalo a me; sia pur di morte; io prima,
senza tremare, accosterovvi il labro. —
Felice me, se i Numi oggi fan pago
il mio lungo desir di morte! Io tolta
sarò cosí per sempre alla empia vista
d’atroci figli. — Il traditor fra voi
certo si asconde; ma, di voi qual fia?
Soli il sanno gli Dei. — Possenti Numi,
in questo infausto orribil punto, io volgo
tutti i miei voti a voi: sta in quella tazza
il ver; sappiasi: dona; il dubbio cessi...
Polin. Non fia, no, mai...
Antig.  Madre, che imprendi? — Ah! salda
tieni, o fratel, la tazza. — È questo un dono
d’Eteócle; che fai? Deh! pria si cerchi
Creonte; ei sa tutti i delitti;... ei primo
ministro n’è...
Gioc.  Scostati; lascia; taci.
Stia Creonte dov’è; saper non voglio
nulla: sol morte io bramo;... e, d’un di voi
giá nel turbato aspetto,... e nel fatale
silenzio, io leggo la mia morte. — Godi;
ecco, ti appago.
Antig.  Ah! cessa.
Polin.  O madre, indarno
speri il nappo da me...
Eteoc.  Da te ben io,
il nappo io vo’. Dammelo: il voglio. — A terra,
ecco, la tazza io scaglio: a un tempo è rotta
ogni pace fra noi. — Le infami accuse
smentir saprò, col brando mio, nel campo.
Polin. Uso al velen, mal tratterai tu il brando.