Pagina:Alfieri, Vittorio – Tragedie, Vol. I, 1946 – BEIC 1727075.djvu/159


atto quarto 153

dal mio fratello... un fero pegno... infame,

ch’è del piú orribil odio orribil pegno;
d’odio eterno fra noi, che sol nel sangue
d’ambi noi spento si vedrá. — Giocasta,
Antigone, Tebani, ecco la fede
d’Eteócle: veleno è questo nappo.
Eteoc. Oh vil sospetto! Ahi mentitor!...
Gioc.  Che ascolto?
Dare al fratel sí atroce taccia ardisci?
Polin. Lo ardisco io, sí. Per te lo giuro, o madre;
in questo nappo è morte: e invan non giuro,
madre, per te. Fera è la taccia, e atroce,
ma vera. — O tu, smentirmi vuoi? tu primo
osa libar la tazza: eccola: assento
io di berla secondo, e perir teco.
Eteoc. Forse, perché di traditor si debbe
a te la morte, un tradimento appormi
osi in faccia di Tebe? E che? per trarti
un vil sospetto, ch’a vil prova io scenda?...
Or va; sospetto in te non è; tu il fingi
mal destramente... Io fratricida infame? —
E s’io pur dar la meritata morte
volessi a te, nelle mie man non sei?
A che la fraude, ove è la forza? In Tebe
re non son io finor? suddito mio,
te chi potrebbe alla terribil ira
del tuo signor sottrarre?...
Polin.  All’ira tua
sottrarsi, è lieve; alle tue fraudi orrende,
lieve non è. Suddito tuo, te posso,
te far tremare entro tua reggia; e teco,
i vili tuoi... Ma, di te conscio, ardire
non hai tu, no, di provocarmi a guerra...
Eteoc. Poiché ripigli il tuo furore, io tutto
il mio ripiglio: è testimon ciascuno,
che mi vi sforzi tu... — Lascia i pretesti: