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pur l’adulare oprai; s’io nol facea,

con piú danno di tutti, altri il facea.
Or vedi, a trarlo al dover suo, non poco
giovò l’avermi cattivato io pria
cosí il suo core. — Infra brev’ora ei vuole
voi ragunar quí tutti; e il popol anco
vuol testimonio, e i sacerdoti, e l’are
de’ sommi Dei: quí, tra gran pompa, in trono
riporti ei stesso...
Gioc.  Oh ciel! ch’io debba tanto
sperare? Ah! no: mi lusingò fallace
mille volte la speme, e mille volte
delusa m’ebbe.
Creon.  Omai, che temi? è l’opra
compiuta giá; manca il sol rito: io pure
temer potrei, se in sua virtú dovessi
sol mi affidar; ma in suo timor, mi affido.
De’ Tebani ei non ha, né il cor, né il braccio:
ciò che a lui toglie il susurrar di Tebe,
vuol parer darti; e in ciò il compiaci.
Polin.  — Io ’l voglio.
Antig. Ah! no; diffida. In cor sento un orrendo
presagio...
Polin.  In breve, tornerem quí tutti.
Gioc. Ed io pur tremo...
Antig.  Ahi lassa me!
Polin.  Non io,
non tremo io, no; ch’io mai nol seppi. È giusto,
sacro è il mio dritto: avrò per me gli Dei. —
Questo mio brando, in lor difetto, avrommi.