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atto secondo 133

ch’io non sarei di voi, perfidi, madre.

Polin. Mortalmente mi offendi. E che? del regno
minor mi tieni? Ah! non è, no, il mio fine
il crear legge ogni mia voglia, il farmi
con finto insano orgoglio ai Numi pari;
non è il mio fin, benché regnar si appelli.
Se in me virtú nei lieti dí non vana
parola ell’era; or, negli avversi, sappi
ch’io piú cara la tengo. Adrasto in Argo
scettro m’offre: se regno io sol volessi,
giá regnerei.
Gioc.  Piú che ottenere il regno,
dunque abbi caro il meritarlo, o figlio.
Spero l’avrai; ma pur, s’ambo c’inganna
il tuo fratel, di chi è l’infamia, dimmi;
di chi la gloria? A mie ragioni, ai preghi,
al pianto mio, deh! cedi; al pianto cedi
della infelice patria tua; vorresti,
pria che in Tebe regnar, distrugger Tebe?
Polin. Tel dissi io giá: guerra non vo’; ma giova,
piú certa pace ad ottener, la forza.
Gioc. Ami la madre tu?
Polin.  Piú di me l’amo.
Gioc. Sta la mia vita in te...


SCENA QUINTA

Creonte, Giocasta, Polinice.

Gioc.  Creonte, ah! vieni;

compi di vincer questo; all’altro io corro.
Qual cederá di voi? tu; se rammenti,
che da te sol pendon la madre, e Tebe.